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#illavorodieducare
Marco De Sibio: «Il sogno è che la persona possa fare a meno di noi»

Articolo di Francesca Benvenuto in Percorsi e servizi alla persona - 17 Novembre 2020

«#illavorodieducare»: il terzo appuntamento con le voci degli educatori. Il tema è proprio il lavoro educativo, fatta di dettagli e relazioni, di un incedere lontano dai riflettori, che cambia i parametri della vittoria. Per ricordarci che le storie delle persone nascono dalle relazioni e grazie a chi le costruisce ogni giorno. 

«Alla fine l’obiettivo è che la persona possa fare a meno di noi»: è la prospettiva che emerge dalla terza intervista della rassegna #illavorodieducare dove raccontiamo la bellezza della fragilità dando voce a chi ha scelto di dedicarci la vita e la propria quotidianità: gli educatori professionali. Chi sono, cosa fanno, cosa sanno, perché non sono solo degli accompagnatori, ma veri e propri alleati, portavoce di un mondo spesso nascosto che attende solo di poter raccontare le stelle del proprio universo.

Questa rassegna di interviste e articoli ha l’obiettivo di essere un’occasione di riflessione e racconto. Chi desidera partecipare inviando commenti e riflessioni su quanto pubblichiamo o ha voglia di porre domande e interrogativi può scriverci a editoria@futuracoopsociale.it

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Marco De Sibio è educatore nel centro semi-residenziale di Futura ed è responsabile dell’Unità Educativa Territoriale (UET), è insegnante di biodanza che ha applicato anche all’interno della cooperativa.

Chi è l’educatore? Qual è il suo lavoro?
Ci sono molti modi di intendere il lavoro educativo e già dalla formazione iniziale si aprono strade diverse, infatti esistono attualmente in Italia i percorsi di formazione in educatore professionale socio pedagogico ed educatore professionale socio sanitario. Il primo fa riferimento al percorso universitario di Scienze dell’Educazione e della Formazione, il secondo fa riferimento alla facoltà di Medicina e Chirurgia, e rientra tra le professioni sanitarie della riabilitazione. Poi ci sono quelli come me che hanno lavorato per parecchi anni sul campo e hanno potuto fare una formazione di qualificazione in corsi predisposti ad hoc dalla regione. Ciò che accomuna ogni aspetto di questa professione è l’obiettivo: far emergere il potenziale della persona affinché questa possa fare da sola, o con la maggiore autonomia possibile. In un certo senso, perché non abbia più bisogno di noi..

Avevamo raggiunto dei risultati impensabili in passato e oggi, purtroppo, il Covid ci ha bruscamente interrotti. Il sogno è quello di ripartire al più presto.
– Marco De Sibio, responsabile Unità Educativa Territoriale

La mia esperienza mi conferma ogni giorno questa visione. All’interno di Futura mi occupo del gruppo UET, l’Unità Educativa Territoriale nata come esperienza “pilota e sperimentale” nella nostra provincia una decina di anni fa, con diversi gruppi e realtà, tra cui la nostra, su proposta del coordinamento socio-sanitario di allora, che voleva promuovere un’azione di welfare community. Nella pratica si tratta di gruppi di persone con disabilità che, guidati da un educatore, sviluppano delle attività insieme alla propria comunità di riferimento. L’obiettivo è l’inclusione sociale della persona con disabilità e un cambiamento nell’approccio del territorio verso la fragilità. Possiamo dire che la UET è una messaggera di inclusività: mostra al territorio che il disabile è in grado di offrire qualcosa, restituisce abilità e può occuparsi degli altri, essere utile. Non è più colui che assorbe passivamente risorse, ma diventa egli stesso risorsa per gli altri. Quando le persone con disabilità sono messe nella condizione di usare il proprio potenziale possono metterle a disposizione del territorio: è questo lo scopo a cui siamo chiamati noi educatori. Quando lavoriamo in oratorio, in casa di riposo o al supermercato rispondiamo ai pregiudizi portando le persone con tutte le loro abilità e questo, piano piano, modifica il punto di vista. Il compito di noi educatori è favorire questo processo: far emergere i potenziali delle persone con disabilità affinché ne prendano coscienza e possano offrirle alla collettività traendone gratificazione. Il riconoscimento che dà senso al fare è nel sentirsi dire: “Grazie, hai fatto un bel lavoro, sei stato utile”.

Come si declina questa idea nella quotidianità? In quali attività consiste il tuo lavoro e come si legano con l’obiettivo finale?
Principalmente si tratta di attività di carattere occupazionale: non è propriamente lavoro, perché non ci sono gli stessi ritmi e stress, ma ci si avvicina e ha degli obiettivi ben precisi. Il percorso di una persona, infatti, è racchiuso nel suo Progetto Educativo Individualizzato, il PEI, che viene realizzato dagli educatori e poi condiviso in un’equipe multidisciplinare ed è lo strumento che distingue il lavoro dell’educatore. Questo documento è come un faro e ci permette di costruire gli indicatori attraverso cui capire se quello che stiamo facendo va nella direzione giusta o se dobbiamo ritarare le attività e gli obiettivi.

Il gruppo UET è messaggero di inclusività: mostra al territorio che il disabile è in grado di offrire qualcosa. Non è più colui che assorbe passivamente risorse, ma diventa egli stesso risorsa per gli altri.
– Marco De Sibio, responsabile Unità Educativa Territoriale

Le aree di attività della UET sono tre. Si parte dalle abilità di tipo domestico che le famiglie chiedono in un’ottica legata al “Dopo di noi”, come saper cucinare, lavare i piatti, apparecchiare, fare le pulizie, cura di sé. Poi ci sono le attività di tipo lavorativo, per esempio acquisire un certo metodo, rispettare i tempi, rimanere concentrati in un’azione ripetuta, risolvere dei problemi semplici, ed infine quelle legate all’uso del denaro, allo spostarsi in autonomia, a conoscere il territorio i diversi contesti e a saper stare in relazione con essi. Tra le nostre attività abbiamo una bella collaborazione con il supermercato Conad di San Vito dove ci occupiamo di mettere su un ripiano i prodotti, riordinarli, metterli in fila da destra a sinistra, leggere l’etichetta e controllare che corrisponda al cartellino. Altre attività, invece, sono legate alla comunità e al rapporto di collaborazione che si crea con il territorio: prima che il Covid ci obbligasse a fermare le attività ci occupavamo del verde del giardino e della sanificazione dei giochi esterni dei bambini nella scuola dell’infanzia di Bagnarola o a raccogliere le foglie, fare pulizie e sanificare i giochi esterni in oratorio a San Vito. Domani, invece, andremo nell’appartamento dedicato ai progetti di domiciliarità di Futura. Lavoreremo sull’autonomia domestica: il gruppo decide cosa vuole mangiare, fa la spesa, prepara il pasto, apparecchia, lava i piatti, pulisce e rassetta. Tutto questo lo fanno da soli: l’educatore, infatti, li affianca, non si sostituisce. In questo modo facciamo emergere le capacità: Benedetto, per esempio, è bravissimo a lavare i piatti, mentre Fabrizio a tagliare l’erba, lo si scopre solo lavorando, mettendosi in gioco e facendo emergere le abilità di ognuno, facendo e sbagliando e riprovando.

Quali sono gli elementi del tuo lavoro che ti fanno capire che stai lavorando bene?
Ti racconto un episodio che rende l’idea. Ogni pomeriggio, dopo pranzo, abbiamo l’attività di pulizia della mensa. Tempo fa, quando abbiamo iniziato, la mia presenza doveva essere costante, per stimolare e guidare. Oggi, mi sono ritrovato nella situazione di dover contemporaneamente seguire un’altra persona. Quando sono tornato ho trovato tutto il gruppo che stava lavorando da solo e bene. Questo è un indicatore che ci dice che l’obiettivo è stato già raggiunto. Quello che è stato trasmesso, è stato appreso al punto che se io mi allontano non succede nulla. Un altro esempio è la riduzione dell’oppositività: alcuni di loro, all’inizio del rapporto, erano oppositivi o sfidanti, con atteggiamenti infantili e immaturi, oggi lo sono molto meno. Questo significa che è avvenuta una maturazione e che la persona, è più consapevole di ciò che la gratifica, ha rafforzato la sua identità e non ha più bisogno di opporsi, rifiutarsi o sfidare.

Nella UET lo scopo è di potersi sottrarre. È in quel momento che avviene la cosiddetta “presa in carico comunitaria” dove la persona non è più diversa, ma entra a far parte di un contesto sociale in maniera paritaria.
– Marco De Sibio, responsabile Unità Educativa Territoriale

Questo risultato è ancora più evidente nel lavoro con il territorio: lo scopo è proprio quello di potersi sottrarre. È in quel momento che avviene la cosiddetta “presa in carico comunitaria” dove la persona non è più diversa, ma entra a far parte di un contesto sociale in maniera paritaria. È ciò che è accaduto con Benedetto, per esempio: l’associazione Bocciofila di Savorgnano con cui collaboriamo lo ha fatto entrare in squadra, lo portavano con loro a fare animazione e intrattenimento con le bocce in casa di riposo e poi lo riaccompagnavano a casa. Fabiano per un periodo è entrato nel gruppo di volontari di Madonna di Rosa: si sganciava dal nostro gruppo e andava con loro a fare i lavori di manutenzione all’interno del parco dei frati. Oppure la sezione CAI locale che per poter fare escursioni più lunghe si impegnavano a riaccompagnare a casa loro la persona o ancora il progetto con la casa di riposo di San Vito. C’era chi andava a giocare a carte da solo con gli anziani, mentre Federico era entrato nel gruppo biblioteca e aiutava l’assistente.

Cosa vorresti vedere in futuro nel tuo lavoro di educatore?
Il desiderio è che l’inclusività possa essere sempre più una strada realmente percorribile. Per farlo, dobbiamo essere noi i primi ad aprirci affinché gli altri possano conoscerci. Quando questo avviene, le realtà del territorio restano coinvolte dal nostro modo di lavorare e collaborano attivamente. Avevamo raggiunto dei risultati impensabili in passato e oggi, purtroppo, il Covid ci ha bruscamente interrotto. Il sogno è quello di ripartire al più presto e raggiungere nuove esperienze di inclusività in cui, alla fine, noi educatori potremo sottrarci e lasciare la persona alla comunità che se ne prende cura. In questo modo, noi potremo andare a occuparci di altre persone che a loro volta intraprenderanno nuovi percorsi. Alla fine l’obiettivo è che la persona possa fare a meno di noi.


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POR FESR 2014 2020
ATTIVITÀ 1.2a 1 – DECRETO DI CONCESSIONE N.2064/PROTUR DEL 18/06/2018
PROGETTO: GENETICAMENTE DIVERSO: PROCESSO DI INNOVAZIONE SOCIALE SOSTENIBILE
FINALITÀ: implementazione e sperimentazione di modelli di servizi e lavoro inclusivo in risposta all’emergere dei bisogni del territorio. RISULTATI: migliorare gli attuali servizi offerti; ampliare i mercati di riferimento con un’offerta resa più competitiva da una riduzione dei costi di gestione e di produzione e dall’efficentamento del servizio offerto.
SPESA AMMESSA: € 184.543,22
CONTRIBUTO CONCESSO:€ 73.817,29