Nessuna etichetta è in grado di descrivere la complessità di un essere umano.
Quando parliamo di disabilità, spesso il linguaggio ci porta a ragionare per categorie. È un modo utile per riconoscere diritti, costruire servizi e definire politiche, ma rischia di diventare una semplificazione. Dietro ogni categoria c’è una persona: con una storia, desideri, competenze, fragilità e potenzialità che nessuna etichetta può raccontare fino in fondo.
Ne parla l’articolo pubblicato da Vita “La trappola delle categorie: quando la disabilità diventa un alibi” ed è una riflessione che sentiamo profondamente nostra e che vogliamo condividere con chi ci legge.
Partiamo da quella, che forse, è la sfida più grande dell’inclusione: smettere di domandarci a quale categoria appartenga una persona e iniziare a chiederci chi abbiamo davanti. Non progettare percorsi per le categorie, ma per le persone.
La disabilità come condizione umana
Continuare a raccontare la disabilità come qualcosa che riguarda “gli altri” significa allontanarsi da una parte essenziale della condizione umana. La fragilità appartiene all’esperienza di tutti e l’autonomia è una dimensione che cambia nel tempo.
Le capacità si trasformano, così come i bisogni e le strategie con cui affrontiamo la vita. Per questo, più che guardare a ciò che manca, è importante riconoscere e valorizzare ciò che ogni persona può esprimere e sviluppare.
Percorso abilitativo
Le parole che utilizziamo raccontano il nostro modo di intendere l’inclusione. Parliamo di percorsi, non di semplici inserimenti lavorativi, perché ogni persona ha tempi, obiettivi e bisogni diversi e va accompagnata con strumenti e contesti adeguati. Allo stesso modo, abilitativo significa spostare lo sguardo da ciò che manca alle competenze che ogni persona possiede e può sviluppare.
Per questo non lavoriamo sulla diagnosi, ma sulla persona: due persone con la stessa condizione possono avere bisogni molto diversi, mentre storie differenti possono trovare valore negli stessi strumenti.
Cambiare i contesti per includere le persone
L’inclusione non significa trovare un posto per qualcuno, ma costruire contesti capaci di accogliere le differenze e valorizzare il contributo di ciascuno. È ciò che sperimentiamo ogni giorno sia nella nostra Factory che nei servizi esterni: persone che sulla carta potrebbero sembrare simili dimostrano, nel lavoro, capacità, risorse ed esigenze completamente diverse.
Per questo non esistono soluzioni valide per tutti, ma percorsi costruiti insieme, adattando strumenti, relazioni e ambienti.
l vero cambiamento culturale, che guida il lavoro in Futura, è passare dall’idea di adattare le persone ai contesti a quella di progettare contesti che sappiano adattarsi alle persone. Perché l’inclusione nasce quando riconosciamo la persona, non la categoria.