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#illavorodieducare Denise Zanussi: «Diamo una possibilità al potenziale di ogni persona»

Articolo di Francesca Benvenuto in Cooperativa e territorio - 21 Ottobre 2020

«#illavorodieducare»: il secondo appuntamento della raccolta di voci che narra il mondo della fragilità da un’altra prospettiva. Il tema è il lavoro dell’educatore, una realtà fatta di dettagli e relazioni, un incedere lontano dai riflettori, che cambia i parametri della vittoria. Per ricordarci che le storie delle persone nascono dalle relazioni e grazie a chi le costruisce ogni giorno. 

Relazione, fiducia e possibilità: sono le parole chiave della seconda intervista della rassegna #illavorodieducare dove raccontiamo la bellezza della fragilità dando voce a chi ha scelto di dedicarci la vita e la propria quotidianità: gli educatori professionali. Chi sono, cosa fanno, cosa sanno, perché non sono solo degli accompagnatori, ma veri e propri alleati, portavoce di un mondo spesso nascosto che attende solo di poter raccontare le stelle del proprio universo.

Questa rassegna di interviste e articoli ha l’obiettivo di essere un’occasione di riflessione e racconto. Chi desidera partecipare inviando commenti e riflessioni su quanto pubblichiamo o ha voglia di porre domande e interrogativi può scriverci a editoria@futuracoopsociale.it

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Denise Zanussi è educatrice all’interno del centro semi-residenziale della cooperativa sociale Futura, si occupa anche dello sviluppo di laboratori artistici in collaborazione con il Dipartimento di Salute Mentale e di percorsi post-trauma.

La parola “educatore” contiene una moltitudine di accezioni e di aspetti diversi. L’immagine stessa si declina in diverse modalità e risente profondamente dell’esperienza personale di ognuno e della percezione veicolata dai media. Chi è l’educatore? Qual è il suo lavoro?
Ti rispondo con l’introduzione che ho scritto nella tesi del corso per la qualifica di educatore professionale socio-pedagogico:

“La relazione come cura, tramite la cura della relazione sembra il titolo di un gioco da tavolo nel quale le due parole chiave “relazione e cura” mescolandosi, conseguono nuovi significati in base all’ordine che assumono. È nella mia vita che questi due termini prendono forma, nel mio essere educatrice, moglie, madre, amica e donna. Scelgo ogni giorno di volgere uno sguardo privilegiato all’altro perché attraverso l’altro conosco me stessa ed è in quella comunione relazionale che faccio l’esperienza di diventare e di sentirmi capace. La scelta di approfondire questi temi deriva dal fascino per la straordinaria potenza generativa che le parole “relazione e cura” evocano e quindi la necessità come educatore di migliorarne il suo uso. Il prestare attenzione alle persone mi ha portato a “stare a fianco” a loro in modo consapevole del tempo prezioso che dedico, uno spazio di valore nel quale far apprendere, far conoscere, nel quale donare occasioni e sviluppare possibilità”.

Perché parlo di relazione? Perché senza di essa, non c’è il lavoro dell’educatore. La relazione rappresenta sia la cura che l’ambito di lavoro. È lo strumento necessario attraverso cui offrire aiuto all’altro e, al tempo stesso, il campo di gioco su cui svolgere il mio lavoro e dedicare le mie attenzioni. Nella mia esperienza fare l’educatore significa riuscire a creare una relazione che mi permette di dare agli altri un’opportunità – così intendo l’aiuto che ci chiedono. In quest’ottica, mi sento come se fossi una guida e, come tale, mi rendo conto che la figura dell’educatore esiste solo se si riesce a costruire un rapporto con la persona che ha bisogno di essere guidata. Questo ha molto a che fare con l’origine del termine educare, ovvero educere, tirare fuori. Nel mio lavoro, infatti, sono chiamata a costruire un percorso dove io, come guida, agisco per tirare fuori quelli che sono i talenti e le capacità della persona, affinché questa possa sentirsi capace. Che si tratti di un’abilità artistica o di attività più semplici, come lavarsi i denti o preparare la tavola.

Come si declina questa idea nella quotidianità? Come si legano le attività che compi con l’obiettivo finale?
Tutto dipende dal percorso individuato per quella persona, da quali sono gli obiettivi stabiliti. La prima parte del lavoro, infatti, è dedicata proprio a conoscere la persona predisponendo un periodo di osservazione in cui dobbiamo cercare di capire cosa si può fare, a quali risorse attingere e anche a quali desideri e passioni manifesta. Negli anni, il nostro modo di lavorare si è trasformato molto: oggi siamo molto più attenti alle indicazioni della famiglia e dei servizi e ai bisogni che la persona stessa esprime apertamente o in modo indiretto, in base alle proprie capacità.
Solo dopo aver compreso i bisogni e definito gli obiettivi, costruiamo un percorso attraverso il quale mi chiedo: come possiamo raggiungere questo risultato? Quali modalità e strumenti dobbiamo utilizzare? In base anche agli eventuali problemi cognitivi della persona, possiamo mettere in atto diverse modalità per comunicare le azioni da compiere: dal verbale, alle immagini grazie a tecniche cognitivo-comportamentali come la comunicazione aumentativa o il problem solving. Se, per esempio, il percorso di autonomia ha l’obiettivo di migliorare l’igiene personale, una delle azioni che dobbiamo compiere è insegnare a lavarsi i denti. Possiamo farlo suddividendo l’azione in singoli passaggi e mostrando delle immagini per ogni fase: le teniamo sempre a portata, in bagno o con sé, le semplifichiamo oppure, per chi sa leggere, aggiungiamo le didascalie. Ci adeguiamo in base alle abilità.

La persona ha prima di tutto bisogno di fidarsi, deve sentirsi tranquilla nel dire “mi faccio prendere per mano da te”
– Denise Zanussi, educatrice 

Poi c’è la fase di verifica: come fai a capire se la persona ha raggiunto l’obiettivo? Abbiamo cominciato a utilizzare la task analysis, una scheda che analizza il compito da svolgere. Prepariamo dei documenti in cui, ogni volta che la persona compie l’azione prevista, viene valutata con un risultato. Nel tempo osserviamo in modo scientifico se c’è un cambiamento, un miglioramento, oppure se l’obiettivo prefissato è da rimodulare.

Tutto questo è possibile grazie al rapporto di fiducia che si crea quando riusciamo a instaurare una relazione vera. La persona, per seguire il mio essere guida, ha prima di tutto bisogno di fidarsi, deve sentirsi tranquilla nel dire “mi faccio prendere per mano da te”, solo così potrà anche accettare delle critiche o dei suggerimenti e farsi condurre in una strada che non conosce e di cui può avere timore. È sempre la relazione che ci permette tutto questo e che si modifica per raggiungere gli obiettivi: l’educatore, nella fase iniziale di osservazione, è predominante nel rapporto, poi si mette davanti alla persona per condurla e in seguito a fianco per accompagnarla. Fino a quando, alla fine, la lascia andare.

C’è molta emozione nella tua frase “mi faccio prendere per mano da te”: la fiducia è la chiave della relazione che cura?
È sicuramente l’elemento che ti permette di entrare in connessione con la persona che ti ha concesso di entrare nel suo mondo e capire il suo potenziale per aiutarla a tirarlo fuori. Senza la fiducia non riesci a fare questo passaggio. Io sono fermamente convinta che ogni persona abbia un potenziale, indipendentemente dalla condizione in cui si trova. La fiducia è la chiave che ci permette di dare una possibilità a questo potenziale: nel momento in cui io vedo che c’è una sofferenza data da una mancanza, sento di avere il compito di dare un’opportunità a quella persona. È un dovere che mi spinge a gestire in modo molto accurato il mio tempo e ogni mia singola azione, è difficile che io faccia cose leggere e superficiali, perché so che quel tempo è prezioso. Penso che potrei essere io un giorno quella mamma o sorella e vorrei essere certa di aver affidato mio figlio a persone professionali e amorevoli.

Questo è essere un educatore: vedere nell’altro la capacità di fare da solo e permettergli di esprimerla.
– Denise Zanussi, educatrice

Quando vedo persone come Massimiliano Ladu, per esempio, mi convinco ancora di più di questo: ogni volta che dipinge guarda quello che ha fatto e il suo sguardo sembra che dica “ma come faccio a fare una cosa così, io che avevo la cazzuola e tiravo su malta, non avrei mai pensato che con un pennello io potessi fare una cosa del genere”. Fiducia è contribuire a dare un’altra possibilità di vita, o meglio di idea di vita, a una persona che ha bisogno di dare senso alle sue giornate.

Nella fiducia c’è una responsabilità enorme, puoi fare del bene e come del male. Come gestisci l’errore?
C’è sempre il rischio di sbagliare. Cosa ti salva? Il fatto di lavorare in equipe: in gruppo si sceglie l’obiettivo, si fa il piano educativo individuale (PEI), lo si rivaluta durante l’intervento e alla fine, si ridiscutono i metodi e gli obiettivi a fronte dei dati che rileviamo in modo regolare. Ogni persona ha due educatori di riferimento, i quali sviluppano la relazione con la persona e tengono i contatti con la famiglia, l’assistente sociale, il medico di base oppure lo psichiatra. Lavorare in modo multidisciplinare ti permette di ridurre la possibilità di errore perché attraverso il confronto con gli altri riusciamo a riconoscere subito dove è necessario cambiare e rimodulare l’intervento. Da un po’ di anni, inoltre, coinvolgiamo nella nostra presentazione del PEI anche la persona stessa che è la vera protagonista. In questo modo la persona si sente coinvolta e protagonista del suo percorso permettendosi di esprimere ciò che sente, anche un eventuale disagio. Il lavoro di equipe serve a questo: l’errore esiste, è un fattore umano, ma proprio perché lavoriamo con delle persone abbiamo il dovere morale di mettere in atto tutto quanto è possibile per ridurre al minimo questo rischio e, quando accade, rilevarlo e correggerlo tempestivamente.

Il lavoro di equipe serve a questo: l’errore esiste, ma proprio perché lavoriamo con delle persone abbiamo il dovere morale di ridurre al minimo questo rischio
– Denise Zanussi, educatrice


Preparare la tavola, andare in bagno, dipingere, andare in gita: dov’è la differenza tra assistere e educare?

La differenza è nel pensiero che ti muove, nel tuo atteggiamento. Quando assisto semplicemente agisco, lo devo fare con competenza, ma non ho il compito di capire se quella persona potrebbe fare da sola. Educare è diverso, è una consapevolezza che si applica a ogni gesto della persona, anche il semplice atto di sistemare la sedia: se ha la possibilità di farlo, perché dovrei sostituirmi io a lei? Quando ti occupi di educare ogni attimo è un’occasione. È per questo che il mio tempo è prezioso, perché in ogni momento della giornata ho l’opportunità di insegnarle a mettere a posto quella sedia. Sono costantemente attenta a ogni possibilità: “hai fatto un disegno, bene, adesso proviamo anche questo”. Assisto la persona se ha bisogno di aiuto, ma solo dove non riesce da sola. Potrei farlo io, ma perché se hai quel minimo di autonomia non lo fai tu? Questo è essere un educatore: vedere nell’altro la capacità di fare da solo e permettergli di esprimerla accompagnandolo nel percorso.

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