Un reportage di Paolo Belluzzo sui profughi del Bangladesh di cui si sta occupando Futura. “Questi ragazzi, così giovani, nonostante abbiano dovuto scappare dal loro Paese e abbiano schivato più volte la morte, desiderano ancora andare avanti, per sé e per le proprie famiglie”.
Qualche settimana fa sono andato, insieme a Donatella Jus, presidente di Futura, a fare un’intervista a dei giovani che vivono verso località Toricella, a San Vito al Tagliamento. Saranno state le due del pomeriggio quando varchiamo col furgoncino il sottoportico di una casa colonica, molto grande, color rosa pallido e che divide la casa dalla strada provinciale San Vito e Bannia. Dall’altra c’è un cortile, grande, ricoperto di un po’ di erba e di mattonelle di cemento irregolari. Vicino alla casa c’è anche un piccolo bosco e, più in là ancora, del terreno già ben preparato alla semina. Questa casa, situata in un posto meraviglioso, è diventata da alcuni mesi rifugio sicuro, dimora, per delle persone un po’ speciali: seppur giovani, infatti, hanno già conosciuto avversità non da poco.
Scesi dal furgoncino, percorriamo una specie di stradina, disegnata da delle plotte di cemento irregolari, che ci conduce al prato che c’è davanti alla casa e luogo dell’appuntamento. Poco dopo, infatti, vediamo uscire, in diversi momenti e da più porte, sei, nove, una quindicina di giovani: la pelle è scura, i vestiti sono semplici maglie in pile e pantaloni da tuta da ginnastica. La maggior parte ha solo le ciabatte, tutti senza calzini.
Giovani, gentili e abbastanza sorridenti, si predispongono in semicerchio vicino a noi. Parlano tutti inglese, qualcuno, qualche parola di italiano. A ovviare l’ostacolo della lingua, ci pensa Donatella che fa da interprete. Scopro, così, che questi ragazzi hanno dai 19 ai 24 anni e sono in diciotto a vivere in questa grande casa da settembre scorso. Scopro anche che provengono tutti dal Bangladesh: sono quelli che nei telegiornali sono chiamati “profughi”, quelli che hanno attraversato il Mediterraneo su barconi clandestini e che spesso non riescono a raggiungere le nostre coste andando a nutrire un numero sempre più alto di morti.
“Abbiamo lasciato il nostro paese – iniziano a raccontare quasi in coro, con volti tristi – perché non ci assicurava nulla per il nostro futuro. C’era miseria, nessun lavoro, violenza tanta. La gente picchiava per strada, non era possibile viaggiare da soli, specie di sera”. Una situazione generale, non certo piacevole, causata da dei problemi politici che si trascinano oramai da decenni in Bangladesh; una situazione che ha costretto questi giovani, molto a malincuore e in tempi diversi, a emigrare. “Siamo fuggiti in Libia – proseguono il racconto con occhi ancora sbarrati dal terrore – con la speranza di trovare lavoro e un po’ di fortuna. Lì, invece, ci siamo ritrovati in mezzo alle bombe, a cercare di schivarle. Ci siamo ritrovati improvvisamente a sopravvivere a violenze ben peggiori rispetto di quelle del Bangladesh; ci siamo ritrovati in mezzo a una guerra che non perdona quasi mai”. “Lo scorso settembre – continuano il loro racconto con un’espressione un po’ più solare – siamo riusciti ad arrivare in Italia; un Paese che a noi piace e che ci stia dando un aiuto”. Per raggiungere la penisola, ognuno di loro ha dovuto pagare 1.800 euro ai gruppi criminali che organizzano questi viaggi della morte nei barconi clandestini. Sono stati accolti e soccorsi dal personale dall’operazione “Mare Nostrum” per i rifugiati, poi sono stati dirottati alla cooperativa sociale “Nuovi Vicini” di Pordenone la quale gli ha dato una prima accoglienza e che ha coinvolto la cooperativa sociale Futura per attività di supporto (per esempio, fare la spesa, andare dal medico, ecc.). “Per tutto questo, siamo molto riconoscenti – ci confidano con un’espressione sorridente e di gratitudine – verso questi enti per averci dato una grossa mano e per averci salvato”. Ora desidererebbero ottenere presto il permesso di soggiorno per poi poter trovare un lavoro. “Un lavoro che ci permetta – chiudono questo racconto, esprimendo un forte desiderio per il futuro – di aiutare, con parte dello stipendio, le nostre famiglie che vivono tuttora in situazioni di estrema povertà in Bangladesh”.
Durante l’intervista, da questi sorrisi e da questi sguardi autentici e spontanei che ci scambiamo ogni tanto, più volte ho avuto come la sensazione che ci conoscessimo già, che avessimo qualcosa in comune. Questa chiacchierata è stato come un invito a vari spunti di riflessione: questi ragazzi, così giovani, nonostante abbiano dovuto scappare dal loro Paese e nonostante abbiano schivato più volte la morte, desiderano ancora guardare oltre. Desiderano poter ottenere il permesso di soggiorno per poter poi trovare un lavoro con il quale aiutare le loro famiglie con cui sono in contatto ogni giorno e che vivono in estrema povertà. Intenzioni da cui traspare sia la grande voglia di continuare a vivere per sé e sia per migliorare le condizioni di vita dei loro familiari. Questo nonostante il destino non sia stato, sino a oggi, così generoso nei loro confronti.
Paolo Belluzzo
paolobelluzzo@futuracoopsociale.it