Manuele Boraso conosce Futura nel 1998, allora prestando il Servizio Civile (allora alternativo alla leva obbligatoria). Esperienza che sfociò per lui in un’assunzione lavorativa: stampatore-tipografo, grafico, operatore, jolly, poi operatore dell’inserimento lavorativo, nonché Vicepresidente per vari anni (anche tuttora!) all’interno della cooperativa. Uno dei pilastri importanti per la stessa, dunque! Svariati sono anche gli interessi personali tra cui spicca, sin dai tempi di Quark condotto da Piero Angela, quello per la natura, in particolare per l’Amazzonia. Un vecchio sogno nel cassetto che Manuele ha avuto modo di realizzare lo scorso giugno grazie anche a Walter: un suo amico di avventure…

Intervista

Quando e come ti è nato questo interesse per l’Amazzonia?
L’Amazzonia è sempre stato nel mio immaginario il non plus ultra della natura selvaggia, fin da quando ero bambino. Devo dire che sono stato folgorato dai documentari di Quark (quelli introdotti dal mitico Piero Angela) e in particolar modo da “La foresta sommersa”, che ho visto quando ero poco più che 12enne, e me ne sono innamorato: parlava proprio della foresta amazzonica e la varietà di animali e piante che si potevano vedere lì in perfetta armonia era qualcosa di meraviglioso per un ragazzo come me, dedito fin dall’infanzia a correre e saltare tra i fossi e i boschi lungo il fiume Meduna, che scorre vicino alla casa in cui sono cresciuto, a Corva. Là, oltre l’argine, ho vissuto un sacco di meravigliose avventure alla Robinson Crusoe, e la natura selvaggia è sempre stata il mio luogo della libertà e del benessere…primitivo!

Quando hai avuto modo di realizzare questo tuo sogno?
Erano anni che lo sognavo, e finalmente qualcosa dentro di me mi ha suggerito che era ora di realizzare il sogno, un istinto che ti dice “o adesso o mai più”; sai, il tempo passa, si lavora e si fa famiglia, gli impegni e le responsabilità sono sempre più grandi e tra le mille cose della vita mi sono accorto che avevo bisogno di realizzarlo adesso, perché forse non avrei più potuto farlo in futuro, o perché coincideva per me con un punto cruciale della mia vita, dove in qualche modo fare il punto e ripartire diversamente, ma anche perché avevo proprio bisogno di staccare un attimo da tutto il vortice del tran-tran ossessivo della vita “occidentale”!

Con chi hai avuto modo di condividere l’esperienza?
Con Walter, un amico di paese con cui ho una buona sintonia, un tipo avventuroso che aveva già esperienze di viaggi in paesi lontani, una persona capace di adattarsi praticamente a tutto, un’ottima spalla insomma, visto che io di viaggi ne ho fatti veramente pochi, tanto-meno in posti così estremi…

Com’è stato il viaggio? Quanto vi siete fermati?
Il viaggio è stato un’avventura dello spirito, prima di tutto, perché, per esempio, quando da Manaus siamo salpati su una tipica imbarcazione amazzonica (un motore rumoroso, 2 piani aperti sul fiume, e tutti a dormire a stretto contatto sulle amache appese alle travi di legno, insieme a una cinquantina di “caboclos”, gente del fiume, in classe tutt’altro che turistica), nella notte scura dell’immenso Rio Negro, addentrandoci nella più oscura Amazzonia, ho avuto la sensazione di aver intrapreso un viaggio verso l’ignoto, come se fossi trasportato in un mondo completamente sconosciuto, e questo mi ha messo un certo grado di inquietudine; avevo la sensazione di aver abbandonato tutte le certezze e tutti i punti di riferimento della mia vita: un’emozione forte!
Anche all’arrivo al villaggio dello Xixuau (una riserva protetta 400 km a Nord di Manaus), dopo 23 ore di navigazione, l’impatto è stato tosto: il villaggio con le malocas di legno (a mo’ di palafitte) era da favola, però molto spartano e subito, mentre scendeva di nuovo la sera, il responsabile della cooperativa locale ci ha messo in guardia sulla possibile presenza IN CAMERA di grosse tarantole e di pipistrelli vampiro che DAVVERO vengono di sottecchi a succhiare il sangue di notte. La prima notte infatti non ho dormito, l’ho passata a perlustrare la stanza con la pila, visto che la camera aveva tutto il sottotetto aperto all’avvento di ogni possibile creatura della foresta…e in effetti sulle pareti c’erano ragni e grossi scarafaggi mai visti prima…ma insomma, ero venuto proprio per quello, no???
Comunque dopo il primo impatto un po’ brusco il resto del viaggio è stato un’avventura straordinaria, siamo rimasti presso il villaggio 6 giorni, e ogni giorno andavamo a fare un giro in canoa nella foresta sommersa (era giugno, periodo di pioggia e di acque alte), oppure lunghe escursioni a piedi nella selva: abbiamo visto, pescato e mangiato i famigerati Piragna (buonissimi da mangiare, solo bisogna stare attenti ai denti-tagliola quando si staccano dall’amo), poi abbiamo osservato scimmie di ogni genere, tra cui la scimmia urlatrice, e poi pappagalli Ara, tucani, insetti e farfalle incredibili, caimani, una specie di tacchino blu enorme, le lontre giganti, e meravigliosi colibrì. L’ultima notte l’abbiamo passata in un accampamento in mezzo alla foresta, sulle amache, e abbiamo fatto il bagno in un rio dall’acqua trasparente che si poteva anche bere.

Cosa ti ha colpito di più dell’Amazzonia? Te l’aspettavi così?
Me l’aspettavo proprio così, pura, selvaggia, pericolosa e brulicante di vita, ma non mi aspettavo le emozioni che ha provocato in me: mi ha scombussolato inizialmente per la pace, la calma della gente del villaggio, il silenzio, i tempi dilatati come non sperimentavo da una vita. A dire la verità è difficile per uno come me, sempre indaffarato a incastrare mille cose nella vita e a farlo di corsa, abituarsi alla calma e all’inattività delle lunghe ore in canoa, in cui puoi e devi goderti il tempo della contemplazione del mondo, seduto. Il problema poi è abituarsi a questo e dover subito ritornare a casa con tutto quel che comporta…Una vacanza così dovrebbe durare almeno un mese! Non mi aspettavo nemmeno di avere delle risposte di un certo tipo dentro di me, per la mia vita: ero partito per divertirmi e rilassarmi e mi sono portato a casa un sacco di riflessioni su me stesso e sul mio rapporto con gli altri, più grandi e più forti di quelle che mi aspettavo. Per questo parlavo di un viaggio dello spirito, che mi ha cambiato in qualche modo.

Da chi è governata?
Beh, la riserva in cui sono stato io si chiama Reserva Estractiva do Jauaperì, lungo il rio Jauaperì appunto, ed è un parco protetto dove solo la gente del posto può raccogliere e cacciare, “estrarre” appunto, alimenti e prodotti per il proprio sostentamento, seguendo numerose regole nel totale rispetto dell’equilibrio ambientale. Il bello è che è stata la gente della zona a lottare per oltre 20 anni col governo per far riconoscere l’area come protetta, per difendersi da bracconieri e latifondisti che anche qui cercano da sempre di sfruttare le risorse del territorio in modo scellerato.
Nel villaggio dove ho soggiornato io esiste invece una Cooperativa che si chiama Xixuau, il nome del villaggio appunto, che è nata negli anni 90, su iniziativa di uno scozzese, Chris, che ancora vive lì, e che ha puntato sul turismo come strumento per sostenere economicamente la comunità (molto povera) e sensibilizzare il mondo sulla necessità di preservare aree come questa. Qui arrivano turisti da tutto il mondo, ma anche troupe televisive per realizzare splendidi documentari: alcuni fortunati sono riusciti ad avvistare i giaguari, il formichiere gigante, i tapiri, e altri grossi animali che noi non siamo riusciti a vedere perché troppo elusivi e notturni.
L’Amazzonia in generale comunque è sempre in pericolo, anche se i media oggi se ne occupano meno rispetto a qualche anno fa: le grosse aziende nazionali e multinazionali fanno ancora ogni anno danni irreparabili rovinando milioni di ettari che non saranno più fertili per centinaia di anni, se non migliaia: la foresta pluviale vive in un equilibrio delicatissimo e sorge su pochi centimetri di substrato fertile, e una volta distrutta la vegetazione non rimane che sabbia sterile, dove dopo pochi anni di coltivazioni intensive e/o allevamenti non cresce più nulla.

Com’è strutturata a livello di barriere architettoniche e di servizi?
Il viaggio che ho affrontato con Walter è stato veramente all’insegna dell’avventura, per cui nel villaggio dello Xixuau non solo non c’erano strade, ma neanche l’ambulatorio, né medici né medicinali…anzi alla fine del viaggio abbiamo lasciato i nostri farmaci alla povera comunità. Se succede qualcosa bisogna imbarcarsi e fare un giorno di viaggio fino a Manaus, la grande metropoli dove ci sono i servizi ma anche grande disordine e grande povertà. Per quanto riguarda le barriere architettoniche, credo che il problema sia fondamentalmente per le carrozzine: nel nostro villaggio solo scalette di legno per salire sulle malocas… e poi i sentieri e le piccole canoe che abbiamo visto noi non sono proprio adatti alle 2 ruote. Sicuramente altre agenzie turistiche i cui viaggi partono da Manaus possono fornire pacchetti in cui si utilizzano imbarcazioni attrezzate e adeguatamente accoglienti, e anche il solo fatto di attraversare per via fluviale questi posti meravigliosi, sbarcando magari qua e là sulla spiaggia di qualche villaggio o in un albergo attrezzato sul maestoso Rio Negro (ce ne sono alcuni anche a 3,4,5 stelle, con passerelle e malocas sospese sugli alberi) può permettere anche a chi utilizza la sedia a rotelle di assaporare l’emozione della grande Amazzonia! Certo tra aereo e soggiorno non è una spesa da poco, anche per noi che, per tanto semplice e rustico fosse il viaggio, abbiamo circa 2500 € a testa! Ma per me era: “una volta nella vita lo devo fare”.

Paolo Belluzzo
paolobelluzzo@futuracoopsociale.it