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Intervista a Gianluca Pavan:
«Chi saranno i disabili quando le fabbriche saranno robotizzate?»

Articolo di Francesca Benvenuto in Cooperativa e territorio - 15 Ottobre 2020

Intervista a Gianluca Pavan, presidente di Futura Cooperativa Sociale Onlus di San Vito al Tagliamento (PN), realizzata da Paolo Belluzzo, redattore dell’ufficio comunicazione e dipendente con disabilità grave della cooperativa stessa dal 1993.
Scarica l’intervista originale (PDF)

Sarò diretto presidente: mi spiega perché ci sono così poche persone con disabilità nei posti di lavoro? Perché non ci volete far lavorare?
Diciamo purtroppo che le persone che non rappresentano i canoni di normalità condivisi scontano da sempre questa condanna, quasi fosse una loro colpa. Una civiltà evoluta, in realtà, si misura proprio da quanto è in grado di soddisfare allo stesso modo i bisogni di tutti i suoi componenti. Negli ultimi anni, è stato fatto molto, ma ancora non abbastanza. Mi spiego. Se prendiamo, per esempio, una corsa sui 100 metri, è ovvio che un concorrente senza una gamba sarà per forza di cose “disabile”, in quanto le regole del gioco prevedono che si debba arrivare a tagliare il traguardo correndo più forte dei rivali. Le regole economiche dettate dal libero mercato impongono lo stesso tipo di schema: riducono la produzione della ricchezza a una corsa sui 100 metri. Ecco perché sono poche le persone con disabilità nel mondo del lavoro, perché le regole del mercato non concepiscono nient’altro che un prodotto fatto nel minor tempo possibile. Per quanto mi riguarda, quindi, non è vero che non vi vogliamo a lavorare, se non altro non è così per noi cooperatori sociali, altrimenti non avremmo di sicuro deciso di fondare una cooperativa di tipo B. Di sicuro, però, possiamo dire che – per usare un eufemismo – il contesto non aiuta molto.

Cerchiamo di essere sinceri, però: la disabilità impone dei limiti da cui non si può sfuggire? C’è un confine oggettivo?
Il limite esiste, ma non è posto dalla disabilità. È imposto dal sistema economico. I nostri sistemi organizzativi gerarchici misurano la performance in termini numerici e premiano l’individuo in grado di sviluppare la migliore efficienza. La selezione si basa sulla mera prestazione. Su questo principio si sta trasformando l’intero sistema produttivo e, tra non molto, saranno in molti a subirne le conseguenze. E non sto parlando solo delle persone con disabilità, la cui condizione troppo spesso ci appare così lontana. Faccio un esempio: chi saranno i disabili, quando nei reparti produttivi saranno adottati sistemi sempre più robotizzati? Quali saranno i nuovi standard da raggiungere e quali i limiti che ci escluderanno dal lavoro?

Le organizzazioni sono chiamate, oggi, a decidere in che modo costruire il futuro: se continuare su questa strada o se scegliere di imparare a valorizzare gruppi inclusivi di persone capaci di apportare, nelle loro attività quotidiane, l’intero loro bagaglio di competenze, esperienze ed emozioni. Ecco, allora, che premiare le realtà inclusive potrebbe essere la nuova frontiera per aziende consapevoli del loro potere e attente alla sostenibilità sociale, realtà che le politiche sociali hanno il dovere di incentivare. Occuparci oggi di come includere le persone con disabilità significa garantire il futuro di molti nel mercato del lavoro di domani.

Chi saranno i disabili, quando nei reparti produttivi saranno adottati sistemi sempre più robotizzati? Quali saranno i nuovi standard da raggiungere e quali i limiti che ci escluderanno dal lavoro?
– Gianluca Pavan, presidente Futura Cooperativa Sociale 

C’è anche da dire che se non ci rendete produttivi poi dovrete mantenerci attraverso il sistema sanitario. Visto che l’efficienza è l’unità di misura, conviene di più pagarci la pensione o darci un posto di lavoro?
Allo Stato conviene che lavoriate e che paghiate le tasse, piuttosto che pagarvi la pensione. Senza contare tutte le spese sanitarie a corredo. Lavorare soddisfa il bisogno di ogni persona di autorealizzazione e questo genera benessere. Favorire il lavoro di tutti, quindi, è una scelta politica che alimenta un circuito virtuoso che va a favore dell’intera collettività.
Rendere produttive le persone disabili, però, prevede lo sforzo da parte di tutte le componenti coinvolte: persone con disabilità, cooperative sociali, imprenditori e pubblica amministrazione.

Partiamo da me: le persone disabili. Che cosa dovrei fare io, Presidente?
Ora rischio di generalizzare, quando invece è giusto fare dei doverosi distinguo. Sento importante dire, però, che le persone con disabilità, proprio come lei, devono provare a uscire dalla loro fisiologica situazione di iper-protezione e convincersi del fatto che sono in grado di portare il loro contributo e prendersi delle responsabilità. La disabilità, che sia dalla nascita o acquisita, non elimina la personalità dell’individuo e, a volte, è proprio la durezza di questa condizione che consente di trovare in sé nuove risorse prima sconosciute. Lo dico per esperienza: messe nelle condizioni di provare, anche le persone con disabilità hanno sempre qualcosa da dare.

E il mondo delle aziende? Cosa dovete fare voi, sia che siate imprenditori o cooperatori sociali?
Io credo che noi possiamo oggi essere i protagonisti di una vitale alleanza per noi stessi e per il territorio, a patto, però, di uscire dai nostri ruoli tradizionali. Le cooperative non possono restare ancorate in una dimensione strettamente sociale in cui il fattore economico è visto come il diavolo: efficienza, fatturato o produttività non sono parolacce, sono dati di realtà con cui dobbiamo fare i conti e su cui si fonda la stabilità della nostra missione sociale. Non è un caso che la legge sul Terzo Settore abbia introdotto il concetto secondo cui si può fare del bene anche con azioni commerciali e che siano state istituite realtà come le benefit company. Gli imprenditori, da parte loro, non possono continuare a far finta che il loro operato non incida sulla comunità: hanno una responsabilità indipendentemente dal fatto che la vogliano oppure no, che la valutino positivamente o vi siano indifferenti.
È un ruolo che non può più guardare al solo fattore prezzo, ma deve considerare la qualità del servizio erogato, comprensivo di logiche di integrazione e benessere delle persone e del territorio. Solo a queste condizioni abbiamo la possibilità di trovare nuove soluzioni e mettere tutte le persone, comprese quelle disabili, nella situazione di far fruttare le singole abilità e inserirle in un ciclo produttivo capace di accrescere la ricchezza dell’intero territorio. Sappiamo bene, infatti, che se un territorio è ricco le persone fragili sono tutelate, ma per arrivarci dobbiamo passare attraverso l’inclusione di esse.

Infine, la politica e la pubblica amministrazione, ovvero chi sviluppa le regole del gioco e le deve far rispettare. A loro cosa si chiede?
Loro sono il tassello mancante. Hanno il compito di comprendere i bisogni e i problemi dei cittadini e orientare la società verso un futuro di maggiore benessere. Possono farlo promuovendo pensieri e sviluppando strategie, ma soprattutto favorendo strumenti legislativi e incentivi concreti che premiano le aziende e le cooperative sociali serie e produttive. Gli indici di valutazione e le metodologie di verifica ci sono e il Pubblico deve fare la propria parte se non vuole che sia il mercato, con la sua legge del più forte, a farla al suo posto. 

Quali sono gli strumenti legislativi che abbiamo in mano?
Tutto sommato le norme ci sono. La legge 68/99, sul collocamento mirato delle persone disabili, è stata antesignana, peccato che applicarla è tutta un’altra storia. La legge 381/91 norma le cooperative sociali e le legittima ad adoperarsi per favorire l’inserimento lavorativo di persone con disabilità anche attraverso convenzioni con la pubblica amministrazione. Il nuovo codice degli appalti (D.Lgs. 50/2016) prevede la possibilità di indire appalti o concessioni per l’erogazione di un servizio, riservati alle cooperative sociali che svolgono
inserimenti lavorativi. L’art. 14 della Legge Biagi (D.Lgs. 276/03) si rivolge, invece, alle aziende private, a quelle che presentano scoperture in organico ai fini della L. 68/99, ossia che non hanno raggiunto il numero di persone con disabilità stabilito dalla legge. Dà la possibilità di assolvere alla propria quota d’obbligo conseguendo dei vantaggi multipli: ottenere un servizio dalla cooperativa sociale, vista e gestita così come un normale fornitore, la quale si occuperà anche di inserire al proprio interno la persona disabile. Grazie alla stipula di una convenzione, l’azienda si trova adempiente rispetto alle normative, senza multe e servita.
Se la teoria c’è, per passare alla pratica è necessario, però, uno sforzo congiunto da parte degli attori in campo perché, senza l’impegno comune a costruire progetti di qualità a favore della persona, i risultati rimangono insufficienti. I dati del contesto italiano (vedi il rapporto della Fondazione Studi Consulenti del Lavoro denominato “L’inclusione lavorativa delle persone con disabilità in Italia”), infatti, evidenziano purtroppo che uno su tre enti della stessa PA presenta scoperture. Certo, sarebbe tutto più semplice se da loro arrivasse il buon esempio! Ma se nessuno si muove per migliorare la situazione credo che questo compito spetti alle cooperative sociali che devono farsi avanti con proposte progettuali valide, utilizzando gli strumenti esistenti e lavorando per diffondere una cultura dell’inclusività moderna e non assistenzialista.

Quello che stiamo vivendo è un momento delicato: potrebbe essere l’occasione per ricostruire un paese non basato sull’assistenzialismo, bensì improntato sul diritto di ognuno di contribuire alla ricchezza di tutti?
Esattamente. Tutti hanno il diritto di contribuire a costruire ricchezza che, a prescindere dalle quantità monetizzabili, passa anche per il benessere che l’esercizio stesso di un’attività lavorativa produce. Il pregio di questa situazione è che ha permesso a tutti di considerare la fragilità dell’intero sistema e di come possa accadere di ritrovarsi, di colpo, in una situazione di dipendenza dalla solidarietà altrui. Come ci siamo sentiti? Che effetto ci ha fatto percepirci improvvisamente fragili? Se da un lato è doveroso riprenderci in mano il nostro stile di vita, forse abbiamo l’occasione anche di migliorare il livello di benessere raggiunto. Ci vuole un coraggioso cambio di paradigma che si affianchi al movimento delle aziende che credono nella Responsabilità Sociale d’Impresa, come condotta virtuosa per restituire valore al territorio. Lo stesso Ocse, nelle sue linee guida destinate alle imprese multinazionali, invita chiaramente le
aziende a porre particolare attenzione a settori o contesti particolarmente fragili, tra cui le persone con disabilità. Più in generale, come già espresso prima, sono convinto che le aziende abbiano l’occasione di imparare a essere consapevoli dell’importanza del loro ruolo di motore del cambiamento e che, insieme alle cooperative sociali, possano diventare partner della Pubblica Amministrazione per innovare un welfare che lo Stato fa sempre più fatica a presidiare efficacemente. Favorire un mercato del lavoro più inclusivo farebbe già molto. Non so se questo basterà. Alla fine, ci sarà sempre bisogno di persone di buona volontà che credono che il cambiamento sia possibile e che contagino (per usare un termine contestuale a ciò che stiamo vivendo) positivamente i player dei mercati. Non più solo profitti ma crescita condivisa, prima che sia troppo tardi. In altre parole, un mondo migliore.

Il pregio di questa situazione è che ha permesso a tutti di considerare la fragilità dell’intero sistema e di come possa accadere di ritrovarsi, di colpo, in una situazione di dipendenza dalla solidarietà altrui. Come ci siamo sentiti?
– Gianluca Pavan, presidente Futura Cooperativa Sociale 

E se invece fosse il momento di fare una “rivoluzione sociale”?
Non mi piace la parola rivoluzione. Credo che il mondo viva di equilibri complessi e che basti veramente poco per provocare sconvolgimenti geopolitici. Alla fine, chi ci rimette veramente sono sempre i più fragili. Dal mio punto di vista è necessario che le cooperative sociali e gli enti del Terzo Settore continuino a lavorare assiduamente in maniera più compatta possibile, per conquistare, un passo alla volta, quei traguardi che solo 30 anni fa (e qui penso a quando è nata Futura) sembravano impensabili. Guardiamoci intorno e concentriamoci sulle persone. Lavoriamo per dare a tutti noi una chance e mettiamoci a servizio per un patto sociale che faccia crescere il benessere nei nostri territori. Mi rivolgo agli uomini e alle donne che hanno possibilità di decidere, alla Pubblica Amministrazione e alle Aziende del nostro territorio: capitalizziamo le reciproche capacità e competenze e mettiamole insieme.

San Vito al Tagliamento, 16 ottobre 2020

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ATTIVITÀ 1.2a 1 – DECRETO DI CONCESSIONE N.2064/PROTUR DEL 18/06/2018
PROGETTO: GENETICAMENTE DIVERSO: PROCESSO DI INNOVAZIONE SOCIALE SOSTENIBILE
FINALITÀ: implementazione e sperimentazione di modelli di servizi e lavoro inclusivo in risposta all’emergere dei bisogni del territorio. RISULTATI: migliorare gli attuali servizi offerti; ampliare i mercati di riferimento con un’offerta resa più competitiva da una riduzione dei costi di gestione e di produzione e dall’efficentamento del servizio offerto.
SPESA AMMESSA: € 184.543,22
CONTRIBUTO CONCESSO:€ 73.817,29