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L’inclusione come idea di Futuro

Articolo di Francesca Benvenuto in Cooperativa e territorio - 15 Ottobre 2020

Da un’intervista di Paolo Belluzzo al presidente di Futura Gianluca Pavan, una riflessione sullo stato di fatto dell’inclusione di lavoratori fragili. Chi saranno i disabili all’interno delle fabbriche robotizzate? Quali i nuovi parametri di efficienza da soddisfare?
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«Occuparci oggi di come includere le persone con disabilità significa garantire il futuro di molti nel mercato del lavoro di domani»: perché dovrebbe essere così? Lo spiega Gianluca Pavan, presidente della cooperativa sociale Futura di San Vito al Tagliamento (PN). Alle domande di Paolo Belluzzo, dipendente con una grave disabilità che dal 1993 lavora in Futura e che dal 2018 è redattore dell’ufficio comunicazione della cooperativa, Pavan risponde richiamando l’attenzione sul ruolo che ogni attore deve assumere: imprese, pubblica amministrazione e le stesse persone con disabilità o svantaggio. Quali passi avanti sono necessari? Quale consapevolezza deve crearsi per superare problematiche sia logistiche che culturali? E, soprattutto, qual è il rischio che si corre se non si trova una soluzione? Il pericolo, infatti, non è nella disabilità in sé, bensì nel contesto, il quale, in base alle proprie priorità, modifica i parametri con cui noi definiamo chi è disabile e chi no. Letteralmente: chi è abile a stare in quel contesto? Chi non rispetta lo standard minimo richiesto?

Il pericolo, infatti, non è nella disabilità in sé, bensì nel contesto, il quale, in base alle proprie priorità, modifica i parametri con cui noi definiamo chi è disabile e chi no.

Calare questo pensiero nella realtà non è difficile: «chi saranno i disabili quando nei reparti produttivi si adotteranno sistemi sempre più robotizzati? Quali i nuovi parametri da soddisfare?». Il richiamo ai sistemi di automazione e all’intelligenza artificiale è quanto mai attuale e pretende una riflessione da parte di tutte le componenti della società. Non è un caso se molti dirigenti di grandi imprese si chiedono ormai da tempo come ricollocare migliaia di lavoratori in futuro, quando la maggior parte delle fabbriche si sarà convertita all’automazione. L’efficienza ci renderà tutti disabili?

La società in cui viviamo è vulnerabile. Possiamo prenderne atto e investire per includere la fragilità oppure proseguire a testa bassa sulla strada della sola efficienza produttiva, incrociando le dita di non diventare mai il disabile di domani.

Le domande che Paolo Belluzzo ha sottoposto a Gianluca Pavan diventano il pretesto per affrontare una questione che non può più essere elusa. I suoi sviluppi hanno confini mutevoli e non è necessario andare a cercare negli ambienti del disagio o dell’emarginazione per averne la riprova: la chiusura di migliaia di sportelli bancari sostituiti dall’home banking e dal bancomat sta contribuendo al licenziamento di migliaia di impiegati. Si tratta di 8mila dipendenti per Unicredit entro il 2023, 18mila per Deutsche Bank in due anni: parliamo di colletti bianchi che di colpo hanno scoperto di avere una professione fragile, perché la prestazione della macchina è più efficiente di quella del lavoratore (fonte: Il Sole 24 Ore). Quello appena citato non è uno scenario ipotetico, è un dato di realtà che l’emergenza COVID-19 ha reso ancora più evidente: la società in cui viviamo è vulnerabile. Per natura ha sempre al suo interno delle componenti fragili e la marginalità è fisiologica. È un’anomalia che fa parte di diritto della normalità e che ci chiama a una scelta morale: prenderne atto e investire per includere la fragilità oppure proseguire a testa bassa sulla strada della sola efficienza produttiva, incrociando le dita di non diventare mai il disabile di domani.

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