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#illavorodieducare
Boraso: «Mediatori di mondi»

Articolo di Francesca Benvenuto in Generale - 23 Settembre 2020

«#illavorodieducare»: al via la raccolta di voci che narra il mondo della fragilità da un’altra prospettiva. Non la ricerca del superamento del limite, bensì la visione di una realtà fatta di dettagli e relazioni, di un incedere lontano dai riflettori, che cambia i parametri della vittoria. Per ricordarci che le storie delle persone nascono dalle relazioni e grazie agli attori che la costruiscono ogni giorno. 

Raccontarsi per non perdersi. Per ricordarsi che il nostro lavoro è fatto di relazioni e persone che non possono essere ridotte a numeri, prestazioni, servizi. Tanto meno primati o vittorie. Il lavoro dell’educatore è il tema della raccolta di articoli che inauguriamo con questa prima intervista. Il progetto ha l’obiettivo di riportare l’attenzione su quella che è la sostanza del nostro lavoro, sul perché è nata Futura e sull’obiettivo delle tante cooperative sociali simili a noi. Se da un lato crediamo sia importante condividere le storie delle persone fragili che abbiamo incontrato nel nostro cammino, dall’altro non ci piace la spettacolarizzazione della disabilità, l’esposizione dei soli successi individuali. Se l’esempio di una persona può essere un modello per molti (disabili e non), è anche vero che il rischio è che si crei competizione, una corsa a chi riesce a essere comunque più bravo o a superare ogni limite. Sappiamo bene, però, che ci sono situazioni dove questo non è possibile, in cui la telecamera o la macchina fotografica si allontanano perché il soggetto è poco interessante o, anche, sconveniente. È uno spazio in cui le sfide quotidiane non sono le avventure emozionanti pubblicate in prima pagina, bensì incontri fatti di dettagli, mezze parole, sguardi bassi, passi in avanti e corse all’indietro.

Proviamo, allora, a cambiare prospettiva e guardiamo all’intera relazione. Raccontiamo il nostro mondo e la bellezza della fragilità chiedendo un passo avanti non a chi è costretto, suo malgrado, a convivere con la disabilità o lo svantaggio, bensì a chi ha scelto di dedicarci la vita e la propria quotidianità: gli educatori professionali. Chi sono, cosa fanno, cosa sanno, perchè non sono solo degli accompagnatori, ma veri e propri alleati, portavoce di un mondo sommerso a noi più vicino di quello che possiamo pensare e che attende solo di poter raccontare sia le stelle che i buchi neri del proprio universo.

Questa rassegna di interviste e articoli ha l’obiettivo di essere un’occasione di riflessione e racconto. Chi desidera partecipare inviando commenti e riflessioni su quanto pubblichiamo o ha voglia di porre domande e interrogativi può scriverci a editoria@futuracoopsociale.it

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Il primo appuntamento di #illavorodieducare è con Manuele Boraso, educatore e responsabile dell’inserimento lavorativo. In Futura da quasi vent’anni, ha ricoperto vari ruoli, da responsabile di reparto all’ufficio personale, è stato membro del consiglio di amministrazione in più mandati e vicepresidente. È counsellor dal 2016. 

La parola “educatore” ha in sé  tutti gli elementi per spiegarsi e raccontarsi, ma il verbo a cui fa riferimento, “educare”, è così ampio e disomogeneo che per la maggior parte delle persone è difficile calare questa professione nella realtà. Come descriveresti il tuo lavoro? In cosa consiste la tua attività nella quotidianità?
La mia giornata è molto varia e per uno come me, che non sopporta la routine, è una gran fortuna. La mattina appena arrivo mi occupo del laboratorio socio-occupazionale, dove distribuisco il lavoro ai vari utenti del mattino, che sono persone in tirocinio lavorativo (borsa lavoro) o inserite all’interno di percorsi educativi e riabilitativi che prevedono il lavoro come strumento. Devo tenere sotto controllo il benessere (l’umore, i bisogni tecnici e relazionali) delle persone da una parte e la produzione, tempi e qualità dall’altra, per soddisfare i nostri clienti. Mi occupo di rifornire le postazioni di lavoro e quando serve mi siedo accanto alle persone se hanno difficoltà o se devono imparare un nuovo montaggio. Dialogare e ascoltare è fondamentale per ottenere buoni risultati. In mattinata, poi, mi stacco e mi sposto nella sala multimediale, dove conduco progetti individuali per la socializzazione, riabilitazione e recupero anche scolastico attraverso l’uso dei computer e della tecnologia. Nel pomeriggio accade l’inverso, prima lavoro in sala multimediale, con Photoshop o Power Point con altri utenti, e poi rientro a seguire i ragazzi dell’”assemblaggio” per seguire e chiudere la produzione giornaliera.

In mezzo a tutto questo ci dobbiamo mettere riunioni, mail e telefonate con colleghi, responsabili, referenti dei servizi, per non parlare poi del fatto che dobbiamo essere in grado di relazionarci con patologie e disagi individuali e sociali nuovi rispetto al passato, non sempre facili da decodificare e interpretare. È per questo che oggi, per essere efficace, l’educatore deve avere competenze trasversali, tecniche, relazionali, scientifiche, informatiche, mediche, filosofiche, organizzative, sociali, ma anche pratiche per la quotidianità: perché a volte ti ritrovi che alle persone devi prima insegnare a fare da mangiare e poco dopo le operazioni con le frazioni. L’educatore è diventato un mediatore di mondi, spesso diversi e che comunicano tra loro con difficoltà. A volte siamo l’unico attore che collega i fili sottili che tengono insieme la famiglia con i servizi e la cooperativa, la società con l’utente, i vari soggetti che devono contribuire al benessere, o il minor malessere, della persona in difficoltà. All’educatore si chiede di inventarsi nuove soluzioni e nuove modalità per affrontare vecchi e nuovi problemi.

Raccontando un laboratorio che hai gestito con alcuni utenti, hai detto: “Quando ho visto i suoi occhi accendersi ho capito che era scattato qualcosa”. In quelle parole c’era tutta la soddisfazione per quello che stavi facendo, eppure, non mi stavi parlando di una “risoluzione miracolosa” di un caso, bensì di un dettaglio. Quanto è “visibile” il tuo lavoro?
Per fortuna la relazione umana, se vissuta in profondità, è sempre piena di sorprese per chi ama cogliere i piccoli cambiamenti nelle altre persone. L’educatore vive di questo. Perché dietro alle grandi finalità che stanno scritte nei progetti educativi sono nascosti i veri obiettivi, piccoli e meravigliosi, imprevisti durante il cammino, come una poesia. Come sentire questo ragazzo, che hai citato, che per la prima volta dopo mesi esprime un’emozione mai rivelata nei confronti del padre che gli manca, come una piccola abilità manuale o una passione scoperta insieme per caso che non era prevista nel percorso ufficiale di autonomia stabilito a monte. Spesso è solo l’educatore che si accorge che quello era un vero obiettivo, che quello è un passo fondamentale nel lungo e lento percorso di cambiamento e non sempre riesce a raccontare il valore di questa conquista.

È vero, a volte ti senti solo, perché non è facile condividere con altri ciò che hai scoperto e vissuto solo nell’universo particolare della relazione personalissima con l’utente. E giustamente la professione dell’educatore vuole risultati concreti, misurabili e riproducibili al di fuori di quel contesto. In questo interviene un’altra grande competenza, la capacità di comunicare efficacemente con tutti i diversi soggetti coinvolti, ognuno tra l’altro col suo linguaggio specifico. Devi essere autorevole nel descrivere, chiedere, pretendere a volte, e farsi ascoltare perché la tua è una voce in capitolo fondamentale: vivi pelle a pelle con la persona, a volte come e più di un familiare. Puoi arrivare a conoscerla meglio di chiunque altro, se sa fare il suo mestiere.

Quando la frustrazione di non essere visibili supera la soddisfazione di un sorriso o di uno sguardo che si accende?
Solo quando altri ti impediscono di approfondire la strada che con difficoltà hai aperto. Quando ti accorgi che intorno a te si sta perdendo un’occasione per permettere alla persona di far diventare quella scintilla l’innesco per un miglioramento di vita, una nuova apertura, un aggancio per la sua motivazione, una finestra di felicità.

Navigando sul web, ho trovato una bella riflessione. Dice: “è compito dell’educatore sostenere la dignità di un essere umano”*. Mi piace l’idea di proportela perché tu ti occupi di inserimento lavorativo: tutti possono trovare nel lavoro una forma di riscatto e partecipazione paritaria?
Non è scontato. Ho anche esperienze di persone che nei reparti produttivi in cooperativa hanno avuto difficoltà di motivazione e che hanno abbandonato il percorso perché il lavoro in se stesso non basta a dare senso alla vita di una persona. Il lavoro è un fulcro per l’integrazione sociale e per l’autonomia economica, per aumentare l’autostima e migliorare l’immagine di se stessi, ma per essere strumento efficace ha bisogno del contorno: buone relazioni e un clima di valorizzazione e condivisione sana nel team di lavoro. Ci sono persone che già si sentono al settimo cielo perché possono eseguire montaggi ripetitivi otto ore al giorno, altre che hanno bisogno di stimoli diversi e maggiori, proprio come ciascuno di noi. Molti, se non tutti, hanno bisogno di interazioni umane significative anche durante l’orario di lavoro, e questo è fondamentale, perché spesso l’attività lavorativa è l’unica occasione che hanno di uscire di casa e interagire col mondo. Per questo è vitale creare – almeno in cooperativa – un ambiente capace di ascoltare, di condividere, e che crei spazio per chiacchierare e sorridere durante il tempo del lavoro.

Per me, ogni giorno, la sfida vera non è adattare le persone agli schemi della produzione, ma umanizzare il lavoro per includere le persone e renderle partecipi, ognuno con le sue potenzialità, del risultato finale: e noi a Futura lo sappiamo fare. È la nostra sfida, e ci piace.

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La rassegna #illavorodieducare, composto da interviste e articoli, ha l’obiettivo di essere un’occasione di riflessione e racconto. Chi desidera partecipare inviando commenti e riflessioni su quanto pubblichiamo o ha voglia di porre domande e interrogativi può scriverci a editoria@futuracoopsociale.it

 

 

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