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Recensione: la Vita Rubata di Trevisan

Articolo di Giovanna De Caro in Editoria - 12 Giugno 2016

Venerdì 17 giugno, Futura, Coop Alleanza 3.0 e l’associazione FuoriTema presentano “La Vita Rubata” di Giuseppe Trevisan. Il libro è uno scritto autobiografico che racconta l’esperienza del manicomio e della malattia psichiatrica. È stato pubblicato da Futura Edizioni, curato da Dario Marini dell’associazione FuoriTema ed è accompagnato da una post-fazione a cura di Giorgio Simon, direttore generale dell’Aas5. La presentazione si terrà all’Ipercoop Meduna di Pordenone e a presentarlo ci sarà uno dei protagonisti della storia della psichiatria italiana, Franco Rotelli che per anni ha collaborato con Basaglia alla riforma di chiusura dei manicomi. Il libro è una testimonianza diretta da parte di chi ha vissuto sulla propria pelle questo passaggio rivoluzionario di rispetto e libertà.

Recensione a cura di Paolo Belluzzo.

Di recente ho avuto modo di leggere il libro “La Vita Rubata” di Giuseppe Trevisan. In ogni pagina si coglie la sofferenza e l’impotenza di dover “convivere” con una malattia invisibile, che, a differenza di altre, trafigge l’anima e non il corpo. Malattia che colpisce l’autore in un periodo storico – gli anni ’70 e ’80 – in cui non solo si fa ancora fatica a credere che una persona con problemi mentali sia realmente ammalata, ma anche anni in cui non c’erano strumenti adeguati per fare una psichiatria efficace.

Giuseppe vive per lunghi periodi in manicomio, dove le persone vengono lasciate piuttosto a se stesse e nei quali nascono ben poche relazioni tra i pazienti e anche con il personale medico. Il manicomio è un luogo dove viene vietata la libertà ai pazienti, legandoli addirittura al letto e dove quest’ultimi conoscono e vivono la solitudine lontani dalle persone care. Lontani anche da quel mondo libero al quale prima appartenevano ma che adesso sembra quasi diventato impossibile da raggiungere di nuovo.

Giuseppe Trevisan racconta e trasmette in modo efficace questi suoi disagi e il suo malessere interno. Spazia nel libro da un argomento all’altro, da un contesto a quello successivo come se il tempo cronologico non esistesse. Cambia ritmo di continuo passando da un lento crescendo a salti verso il buio che lasciano senza fiato. L’effetto, inizialmente straniante, è quello di portare il lettore all’interno della mente dello scrittore, delle sue iperboli e dei suoi dolori, dei grandi entusiasmi e delle disperate delusioni. Ci permette di capire come le sofferenze siano relative e dipendano in gran parte dal vissuto della persona, e di come ciò che per molti è ritenuto semplice per altri comporta una fatica insuperabile capace di straziare non solo l’anima, ma anche il corpo quando quest’ultima non è in grado di tenere dentro sé il dolore. In questo senso, è possibile definire il libro di Trevisan quasi un testo educativo, utile a comprendere l’immensa diversità del sentire che ci circonda.

Eppure, malgrado la sofferenza mentale quasi paragonata ai denti di un cane rabbioso, in Giuseppe traspare spesso la voglia di fare, di continuare. Lo si vede nei diversi lavori che effettua nel corso della vita. Non ultimo quello di operatore psichiatrico che rende quasi paradossale la sua storia. Traspare sempre un aggrapparsi alla vita ad ogni costo, amandola fino in fondo, con la volontà di non lasciarsi sfuggire alcuna occasione per sentire la vita stessa.
Mi piace chiudere ricordando l’ultima frase nelle note storiche tra servizi e diritti a cura del dottor Giorgio Simon, che attualmente è direttore generale dell’Aas5: “La libertà è terapeutica, la storia e la scienza hanno dimostrato che è vero”.

Paolo Belluzzo
paolobelluzzo@futuracoopsociale.it

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